“La natura non è altro che Dio nelle cose”
(Spaccio della Bestia Trionfante)
Disquisire sulla concezione del Divino presente nelle opere di Giordano Bruno rappresenta un impegno al quanto gravoso, sia per la complessità dell’approccio ermetico che vi si presenta, sia per la vastità delle fonti di riferimento. E’ d’uopo, comunque, sin dal principio, evidenziare come la dottrina bruniana si innesti perfettamente nel solco della più pura e platonica tradizione iniziatica d’Occidente, per l’idea, che già è possibile ritrovare nell’intera ecumene greco-romana – da Empedocle a Nonno di Panapoli, passando per Platone, Cicerone, Varrone e tutti i neoplatonici – che non sussista reale separazione nell’Universo e che lo stesso sia analogicamente e magicamente presente nella complessa fisiologia occulta dell’Uomo. Ciò ci induce, pertanto, a considerare la dottrina bruniana di pura natura magica, cioè altamente identificativa, che non contempla dualità alcuna, tra Uomo e Natura, tra Divino e Natura e soprattutto tra Uomo e Divino: